domingo, 18 de setembro de 2016

L'esercito marciava

CORRIERE DELLA SERA
24 maggio 2015

L'esercito marciava

(Paolo Rastelli)

"La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re - Duce Supremo - l'Esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse, ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta." Iniziava così il bollettino di guerra del Comando Supremo dell'Esercito italiano numero 1278, datato "4 novembre 1918, ore 12", altrimenti detto "Proclama della Vittoria": annunciava all'Italia e al mondo che la Prima Guerra Mondiale, almeno sul nostro fronte, era finita. Al prezzo, per noi, di circa 530 mila morti e un milione di feriti e mutilati.

Un documento importantissimo che però iniziava con una bugia bella e buona: l'Esercito italiano non fu praticamente mai, nemmeno nelle tragiche giornate di Caporetto, "inferiore per numero e per mezzi" all'avversario. E comunque sicuramente non lo era quando il 24 maggio del 1915, esattamente un secolo fa, i fanti in grigioverde passarono in armi la frontiera italo-austriaca, primo atto della partecipazione italiana a quella "Grande Guerra" che già infuriava nel resto d'Europa dall'agosto dell'anno precedente.

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E' vero che le artiglierie italiane erano in parte antiquate e con poche riserve di munizioni e particolarmente deficitaria appariva la dotazione di mitragliatrici. Ed è altrettanto vero che nel corso dell'autunno-inverno 1914-15 l'Austria aveva lavorato per irrobustire le fortificazioni di frontiera già costruite su posizioni naturalmente difficili da prendere d'assalto.

Tuttavia la forza totale italiana in uomini e mezzi è tutt'altro che trascurabile: 35 divisioni di fanteria, una di bersaglieri, 4 di cavalleria e due raggruppamenti alpini, riunite in quattro armate e un raggruppamento speciale (in Carnia) schierate tra il Trentino e il mare: più che sufficienti, se ben impiegate e concentrate in un punto strategico, a mettere in difficoltà e forse a travolgere le deboli forze austriache.

Ma il Capo di Stato maggiore italiano, il 64 enne generale piemontese Luigi Cadorna (figlio di Raffaele, il conquistatore di Roma nel 1870, e padre di un altro Raffaele che nel 1944, dopo l'8 settembre, diventerà capo del Corpo volontari della Libertà, il braccio militare della Resistenza anti nazista), non si sente tranquillo e avanza con prudenza. Anche perché la mobilitazione e la radunata italiana, iniziate il 4 maggio con l'impiego di ben 7.000 convogli ferroviari, richiedono 43 giorni invece dei previsti 23 per tutta una serie di disguidi organizzativi e le grandi unità ci mettono non poco a completare i ranghi.

Gli austriaci (che il 2 maggio avevano riportato a Tarnow-Gorlice, nella Polonia austriaca, una grande vittoria sui russi) hanno così tutto il tempo di far rientrare dal fronte orientale e settentrionale non meno di otto divisioni. Quando il 23 giugno, dopo una serie di piccole scaramucce lungo la frontiera, si scatena sull'Isonzo il primo attacco italiano in grande stile contro la vera linea di resistenza austriaca, il dispositivo avversario è ormai consolidato e in grado di respingerlo senza eccessive difficoltà. L'occasione di una rapida vittoria, se mai c'era stata, è persa per sempre.

A questo punto può essere interessante aprire una digressione per sottolineare quella che appare una costante italiana nella due guerre mondiali e più in generale ogniqualvolta la compagine nazionale venga chiamata a una prova significativa le cui conseguenze ne potrebbero mettere a dura prova la stessa esistenza: la perenne sottovalutazione della propria forza e la sopravvalutazione di quella avversaria. Come se esistesse, nel profondo della coscienza nazionale e indipendentemente dalla forma di governo (sia esso un parlamentarismo notabilare come nel 1914 oppure una dittatura a partito unico come nel 1940), un senso di precarietà e di inadeguatezza alle grandi prove che ci porta ad autocondannarci a un rassegnato fallimento indipendentemente dalle condizioni oggettive.

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Nel 1914-15 i timori di militari e politici si fanno sentire in ben due occasioni. Una prima volta nell'agosto-settembre del 1914 quando, dopo la denuncia da parte nostra delle inadempienze austriache nell'ambito della Triplice Alleanza (Vienna non ci aveva consultato, come era tenuta a fare, prima di presentare l'ultimatum alla Serbia), il governo Salandra dichiara la neutralità e subito comincia a trescare con Francia e Inghilterra. A quel punto gli austriaci, già impegnati a fondo con Russia e Serbia, erano praticamente indifesi ma Cadorna, dopo un iniziale entusiasmo bellicista, è costretto a fine settembre a dire ai politici che i magazzini di vestiario ed equipaggiamento sono vuoti e non in grado di sostenere una campagna invernale. Come fece notare dopo il conflitto il generale Bencivenga, che durante la guerra diresse la segreteria del capo di Stato Maggiore, "la questione delle dotazioni fece perdere di vista il grande risultato militare che si sarebbe potuto raggiungere con poche centinaia di migliaia di uomini (per i quali erano assicurati tutti i mezzi occorrenti) entrando subito in azione. Valevano più queste poche centinaia di migliaia di uomini in ottobre o novembre 1914 che il doppio nel maggio 1915. Nessun ostacolo serio avremmo trovato allora per superare la linea dell'Isonzo…" (Cadorna di Gianni Rocca, Mondadori, 1985). Una seconda occasione fu mancata, come abbiamo visto, non imponendo alle truppe e ai comandi di grandi unità un atteggiamento più aggressivo e uno spiegamento più rapido nel maggio del 1915.

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Da una guerra all'altra cambiò l'avversario ma non la nostra percezione di noi stessi come destinati a perdere o comunque a non vincere con le nostre forze di fronte ad avversari sempre percepiti come invincibili. A tal punto che, una volta vinta la Prima Guerra Mondiale, ci convincemmo di averla persa perché non tutti i nostri obiettivi territoriali erano stati raggiunti. E il mito della vittoria mutilata avrebbe dato linfa al fascismo e, in definitiva, a un'altra guerra.

Nel maggio 1915 il fronte italo-austriaco ha la forma di una grande S coricata sul fianco sinistro, andamento genericamente ovest-est e lunghezza di circa 600 chilometri. Dallo Stelvio verso est, la prima curva della S ha la convessità rivolta verso l'Italia, un grande saliente che protegge il Trentino austriaco e il Tirolo e che minaccia il Veneto. Proseguendo verso oriente, la S si raddrizza in Carnia e poi protende la sua seconda curva verso Gorizia e Trieste raddrizzandosi e finendo nell'Adriatico a ovest di Grado.

La strategia di Cadorna prevede limitate avanzate e rettifiche di fronte in Trentino e Carnia, mentre lo sforzo principale sarà effettuato a est, lungo il corso dell'Isonzo e sul Carso. L'obiettivo è sfondare nella zona di Gorizia e puntare su Trieste e Lubiana, la strada più diretta verso Vienna e la carne viva dell'Impero Asburgico. Il rischio ovviamente è che il nemico sfrutti il saliente trentino per un attacco in forze destinato a sfociare nella pianura veneta, prendendo sul rovescio tutto il fronte isontino, quei 90 chilometri scarsi lungo i quali, nella Seconda e Terza Armata, si concentra fin dai primi giorni di guerra il grosso dell'esercito italiano. Ma il Comando supremo di Cadorna spera che le forze destinate a difendere questo settore, imperniate su posizioni montuose naturalmente forti, riescano in ogni caso a reggere. E in effetti, quando l'attacco verrà, con la Spedizione punitiva del maggio 1916 (la Strafexpedition), gli austriaci piegheranno il fronte italiano catturando Asiago, ma non riusciranno a sfondarlo e dopo un mese si fermeranno esausti tra il Pasubio e l'Ortigara, a pochi chilometri dalle loro linee di partenza.

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Di offensive sull'Isonzo ce ne saranno altre nove, per un totale di 11, con un prezzo di sangue via via crescente e intervallate con lunghi periodi di stasi quando il tempo è troppo inclemente oppure gli eserciti troppo esausti. Ci saranno due fatti d'arme a spezzare la triste e sanguinosa monotonia delle spallate sul Carso: la Strafexpedition di cui si è già detto e la luminosa presa di Gorizia, il 9 agosto del 1916, frutto finalmente di un combattimento manovrato (rimasto poi episodio isolato) reso possibile dallo sbilanciamento dell'esercito austriaco proprio in occasione della Spedizione punitiva.

Poi nell'ottobre del 1917, toccò al nemico dare una spallata al nostro schieramento troppo sbilanciato in avanti. E fu la dodicesima battaglia dell'Isonzo, fu Caporetto, fu la tragedia, la ritirata fino al Piave, la resistenza, la nascita della leggenda nazionale.

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A questo punto sorge spontanea una domanda. Cadorna non sapeva quello che era già successo sui campi di battaglia di Francia? Non gli aveva detto nulla la Battaglia delle frontiere, quando i campi alsaziani e lorenesi inondati dal sole di agosto si erano coperti di migliaia di cadaveri rossi e blu dei fantaccini francesi lanciati all'attacco indiscriminato contro le mitragliatrici tedesche?

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Ma già nella Guerra civile americana, dal 1861 al 1865, la cavalleria aveva smesso di caricare con la sciabola e la lancia di fronte alle abbattute di alberi che la imbrigliavano e ai fucili rigati della fanteria che la massacravano: l'arma montata aveva abbandonato, nelle vaste pianure degli Stati Uniti, ogni velleità napoleonica ed era diventata essenzialmente una fanteria che si muoveva con maggiore rapidità, da impiegare nelle ricognizioni e nelle incursioni nelle retrovie nemiche.

Allora Cadorna era un pazzo, un incompetente, un criminale? No, era semplicemente un generale figlio del suo tempo, come il francese Joffre, gli inglesi French e Haig, i tedeschi Moltke, Falkenhayn e Ludendorff. Ufficiali nati e cresciuti nell'800, che non avevano capito fino in fondo quanto la potenza di fuoco delle armi moderne avesse cambiato il volto stesso della guerra: catapultati alla guida di milioni di soldati, con risorse umane e materiali che sembravano inesauribili, se erano costretti ad attaccare non trovavano di meglio che applicare sempre la stessa ricetta con una quantità di ingredienti sempre maggiore ma sempre uguale nella qualità, sperando di logorare il nemico prima di logorare se stessi. Per quasi tutta la guerra i generali dell'Intesa, francesi, italiani, inglesi e poi americani furono costretti ad attaccare visto che tedeschi e austriaci avevano scelto di difendersi a ovest e di picchiare sui russi a est, dove i grandi spazi e la mancanza di ostacoli naturali rendevano possibili la guerra di movimento e la manovra.

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Per molti anni, e ancora oggi, è parsa cosa buona e giusta criticare con ferocia i leader militari della Prima guerra mondiale, macellai impassibili che al sicuro nei loro castelli nelle retrovie, mandavano a morire senza batter ciglio centinaia di migliaia di uomini, per di più reagendo con punizioni draconiane, arresti, fucilazioni, decimazioni (un uomo ucciso ogni 10, indipendentemente dalle sue colpe) a ogni piccolo gesto di ribellione da parte dei loro soldati, stanchi delle inutili carneficine. E' vero, è successo, e la nostra sensibilità di moderni ne resta ancora oggi sconvolta.

Ma di recente si è andata parzialmente affermando una storiografia in qualche modo più attenta a quelle che erano le opzioni dell'epoca a disposizione di un generale. Avevano qualche altra possibilità di agire, visto che la guerra andava combattuta e di pace non si parlava, visto che proprio gli immensi sacrifici di vite compiuti ogni giorno imponevano a popoli e governi di andare avanti per non rendere tutto vano attraverso una pace senza vittoria?

Come è già stato sottolineato ("Distanze grandi, disciplina feroce: leoni in battaglia agli ordini di asini", Corriere della Sera, 25 giugno 2014) la possibilità di superare i difensori senza perdere slancio e quindi ottenere uno sfondamento definitivo che rimettesse in movimento i fronti congelati alla fine del 1914 era al di là delle capacità dell'epoca: niente carri armati (i primi, rudimentali, apparvero nel 1916) per sfondare, niente paracadutisti ed elicotteri per un aggiramento verticale, controllo di fuoco dell'artiglieria ancora rudimentale, aviazione con poco o nullo carico bellico offensivo. E soprattutto nessuna capacità di controllo del campo di battaglia. I progressi della tecnologia militare, la capacità di uccidere delle armi, la quantità di uomini che si potevano trasportare, nutrire e rifornire sul campo di battaglia avevano di gran lunga superato la capacità dei comandanti di incanalare e guidare le forze che avevano a disposizione.

Nel 1815 a Waterloo il duca di Wellington aveva mantenuto una salda presa sulla battaglia cavalcando lungo i 4-5 chilometri dello schieramento alleato e mandando i suoi ordini con gli aiutanti di campo che in pochi minuti raggiungevano ogni punto dello scontro. Il 1° luglio 1916, sulla Somme, gli anglo-francesi attaccarono su un fronte di 40 chilometri, ma le loro possibilità di comunicare, una volta cominciata l'avanzata, con i cavi telefonici spezzati dall'artiglieria e in assenza di radio portatili o almeno montate sugli aerei, in mezzo al fumo e alle esplosioni, erano più o meno quelle di Wellington, staffette e piccioni viaggiatori, ma in un ambiente infinitamente più ostile e mortale. Così qualunque successo non poteva essere sfruttato e qualunque ostacolo non poteva essere superato dall'azione di comando.

Sempre sulla Somme, racconta lo storico inglese John Keegan, si calcolò che ci volevano in media otto ore perché un messaggio raggiungesse il fronte dal quartier generale di divisione e lo stesso tempo era necessario per il percorso inverso. Il che voleva dire 16 ore tra la segnalazione di una forte resistenza sul fronte e le disposizioni di un comandante per superarla. E in 16 ore i difensori avevano il tempo di rinsaldare le linee.

Solo i tedeschi trovarono alla fine una prima rudimentale chiave per scardinare i lucchetti della guerra di trincea: nel 1917 sul fronte italiano e nel 1918 su quello anglo-francese dissero basta alle avanzate massicce e mandarono avanti piccoli gruppi d'assalto, potentemente armati con tutto ciò che la tecnica era riuscita a elaborare (mitragliatrici leggere, lanciafiamme, artiglieria mobile) che senza curare la protezione dei fianchi, una volta sfondata con l'artiglieria pesante e i gas la posizione del nemico, ne mettevano in crisi il dispositivo attaccandone le retrovie. Non riuscirono a spuntarla perché ormai erano troppo deboli e sia gli italiani che inglesi e francesi arretrarono e riuscirono a resistere.

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Cadorna nel 1915-17 aveva gli stessi problemi e tentò di risolverli nello stesso modo, attaccando in continuazione e senza badare alle perdite. Di suo ci metteva anche una certa rigidità caratteriale, che gli impediva di accettare critiche (perfino da parte del governo che avrebbe dovuto in realtà essere il suo superiore) che in qualche misura ne mettessero in pericolo l'autorità. Come fa notare Gianni Rocca nella sua biografia del generale, aveva appreso, dai racconti del padre, i guasti che aveva provocato nel 1866 la mancanza di unicità nel comando e, una volta divenuto capo supremo, si era regolato di conseguenza: il comandante era lui e lui solo.

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Il generalissimo era propenso a dare la colpa agli altri, e in particolare ai soldati, se gli obiettivi non venivano raggiunti. "Gli uomini non si battono, non hanno abbastanza slancio", era una delle spiegazioni preferite degli insuccessi non solo di Cadorna ma anche di molti altri generali in tutti gli eserciti. Generali che oltretutto, essendo spesso per nascita e milieu culturale degli uomini d'ordine, erano più che propensi a vedere, in ogni esitazione dei sottoposti, non solo e non tanto la paura e la stanchezza di fronte a un massacro interminabile ma soprattutto i sintomi di una vigliaccheria ispirata dal sovversivismo, sovversivi essendo per definizione i partiti socialisti che tra fine '800 e inizio '900 si erano affermati come grande forza popolare in tutti o quasi i Paesi europei. Poco contava che, una volta arrivata la chiamata alle armi, gli stessi partiti socialisti si fossero squagliati come neve al sole preferendo arruolarsi (non solo in senso figurato) sotto le bandiere del nazionalismo dimenticando l'internazionalismo proletario. Il pericolo rosso era in agguato e andava sorvegliato e combattuto senza pietà, con le fucilazioni se occorreva. Quando arrivò il disastro di Caporetto, il primo comunicato del comando supremo parlava di "mancata resistenza dei reparti della Seconda armata, vilmente ritiratasi senza combattere o ignominiosamente arresasi al nemico": in pratica Cadorna, per giustificare la sconfitta figlia essenzialmente di uno schieramento sbagliato e di un'inferiorità culturale di fronte ai nuovi metodi di attacco del nemico, accusava di vigliaccheria metà del suo esercito. Solo dopo l'intervento del governo, il bollettino fu modificato in "La violenza dell'attacco e la deficiente resistenza di taluni reparti della Seconda armata ecc. ecc.". Un po'meglio, ma non poi tanto.

Cadorna ebbe però due grandi meriti: quello iniziale di creare quasi dal nulla e poi governare con mano di ferro un grande esercito moderno in un Paese contadino e arretrato. Un merito su cui ora, avvolti nel nostro meritevole e scontato pacifismo, è facile storcere il naso ma che era richiesto dal momento storico e dal governo del Paese. E poi di non perdere la testa di fronte alla tragedia del 1917, predisponendo la ritirata e conducendola, pur tra esitazioni e tentennamenti, fino al Piave (lui avrebbe voluto fermarsi sul Tagliamento ma gli austro-tedeschi furono più veloci).

Ma combattere l'ultima battaglia non spetterà a lui (che nel frattempo aveva comunque consigliato al governo di considerare l'eventualità di una pace separata). L'8 novembre del 1917 il Re gli chiede le dimissioni. Toccherà al napoletano Armando Diaz, nuovo Capo di Stato maggiore, resistere sul Piave e poi lanciare un anno dopo (tardivamente, a nemico ormai sconfitto non tanto sul campo ma soprattutto sul fronte interno, con l'impero multinazionale degli Asburgo in disfacimento) l'offensiva vittoriosa di Vittorio Veneto e mettere la firma sotto le ultime righe del Bollettino della Vittoria, quello che iniziava con una bugia ma si chiudeva con una verità: "I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza."


Fonte:
http://reportage.corriere.it/cultura/2015/lesercito-marciava

Mais:
http://www.corriere.it/cultura/speciali/2014/prima-guerra-mondiale/index.shtml
http://www.youtube.com/playlist?list=PLwLLNWy8OTbF3RT5S8DW_INdcUgzaRQCi